Scegliere di costruire

Ci sono momenti in cui la vita ci chiede di fermarci e provare a capire dove siamo. Non necessariamente per trovare subito una risposta, ma per riconoscere ciò che conta davvero e distinguere ciò che ci aiuta a procedere da ciò che rischia di disperdere le nostre energie.

Dopo quattro giorni di repliche di AVAMPOSTO, mi ritrovo a riflettere sulla parola missione. Una missione non è semplicemente un obiettivo da raggiungere. Non coincide con il successo, con un riconoscimento o con il consenso degli altri. È qualcosa che si costruisce nel tempo, attraverso le scelte, lo studio, il lavoro e la capacità di mantenere viva una direzione anche quando le circostanze diventano difficili.

Forse è proprio qui che una vocazione può trasformarsi in missione: quando ciò che facciamo smette di riguardare soltanto noi stessi e comincia a produrre qualcosa anche per gli altri.

Differenza tra costruire e demolire

Penso a mio padre Nando e al Teatro Club di Catania, che per lui è stato a lungo una base operativa, un luogo di lavoro, di incontri e di idee.

Anch’io ho avuto la possibilità di vivere quel luogo, di lavorarci seriamente, di contribuire al suo rinnovamento e di partecipare a momenti che hanno alimentato la mia formazione. Lì ho trovato stimoli, ho incontrato esperienze artistiche importanti e ho capito quanto un luogo possa diventare parte della storia di una persona.

Quando un luogo del genere cambia, non cambia soltanto la sua gestione. Possono cambiare le relazioni, le prospettive, il modo di intendere il lavoro e il valore che si attribuisce a ciò che è stato costruito.

Nel tempo ho imparato a riconoscere che la demolizione non è sempre un gesto materiale. A volte si demolisce anche quando, esteriormente, sembra che tutto funzioni. Si può demolire attraverso la mancanza di collaborazione, la presunzione di non avere più nulla da imparare, l’incapacità di ascoltare o la convinzione che la propria visione debba necessariamente prevalere su quella degli altri.

Costruire, invece, richiede un’altra disposizione. Richiede attenzione, conoscenza, pazienza e la disponibilità a riconoscere che nessuno possiede da solo tutte le risposte.

Non tutto ciò che è nuovo è necessariamente migliore. Non tutto ciò che è vecchio deve essere conservato. Ma prima di trasformare, bisognerebbe comprendere. Prima di giudicare, bisognerebbe conoscere. Prima di demolire, bisognerebbe chiedersi quale valore si rischia di perdere e quale possibilità si potrebbe invece sviluppare.

Lo studio ci permette di costruire

Lo studio ci permette di non demolire. Ci permette di costruire. Studiare significa riconoscere il valore di ciò che esiste, interrogarsi su ciò che ancora non conosciamo e accettare che ci sia sempre qualcosa da imparare.

Significa non fermarsi alla prima impressione, non confondere la propria convinzione con una verità assoluta, non rinunciare alla curiosità.

Lo studio non è soltanto un’attività intellettuale. È un atteggiamento verso la vita. È la disponibilità a rimettere in discussione ciò che crediamo di sapere, a cercare nuove relazioni tra le cose, a guardare un problema da una prospettiva diversa.

Studiare ci permette di guardare lontano senza perdere il contatto con il presente. Ci aiuta a dare una direzione alle nostre energie, a scegliere dove investire il nostro tempo e a riconoscere ciò che merita di essere coltivato.

Anche la nostra economia, il lavoro e le relazioni possono essere osservati in questa prospettiva. Le risorse non sono soltanto numeri: sono tempo, attenzione, competenze, fiducia ed energie che mettiamo in circolo. Possiamo disperderle oppure trasformarle in qualcosa che produca valore.

Non sempre il risultato è immediato. Non sempre il lavoro viene riconosciuto. Il valore di un percorso non si misura esclusivamente da ciò che riusciamo a ottenere nell’immediato.

A volte consiste anche in ciò che impariamo, nelle persone che incontriamo e nelle possibilità che riusciamo ad aprire.

Un’opera continua a vivere negli altri

Il teatro mi ricorda continuamente che ciò che realizziamo non ci appartiene più nello stesso modo una volta che lo condividiamo.

Durante la preparazione di uno spettacolo, tutto sembra concentrarsi su un obiettivo preciso: arrivare al debutto, dare forma al testo, coordinare il lavoro, mettere insieme le diverse professionalità e affrontare il momento in cui il pubblico entra in relazione con ciò che abbiamo costruito.

Poi arriva la rappresentazione. E, quando sembra che tutto sia finito, comincia un’altra fase: quella che non possiamo controllare.

Una frase può restare nella memoria di qualcuno. Una musica può accompagnare una persona per giorni. Un’immagine può tornare alla mente in un momento inatteso. Un’esperienza può diventare il punto di partenza per una nuova curiosità.

Mi ha colpito sapere che una persona, proprio attraverso una ricerca personale sulla musica e sul teatro, ha trovato una connessione con AVAMPOSTO. Il suo percorso di studio le ha permesso di avvicinarsi allo spettacolo da una prospettiva che nasceva dalle sue letture e dalle sue domande.

È un passaggio semplice, significativo. La musica, il teatro, la materia, le vibrazioni: ambiti apparentemente distinti possono entrare in relazione e suggerire nuove possibilità di pensiero. Non perché tutto debba necessariamente ricondursi a un’unica spiegazione, ma perché la curiosità ci permette di cercare connessioni senza smettere di interrogarci.

È anche questo il valore della conoscenza: non accumulare risposte, ma imparare a formulare nuove domande. E allora comprendo che il lavoro artistico non si esaurisce nel tempo della rappresentazione. Continua a vivere nelle associazioni che suscita, nelle riflessioni che genera e negli stimoli che consegna a chi lo incontra.

Un’opera non deve necessariamente cambiare la vita di qualcuno per avere valore. A volte basta che accenda una curiosità, che accompagni una ricerca o che faccia nascere il desiderio di approfondire qualcosa. Costruire significa anche offrire agli altri qualcosa che possano raccogliere, trasformare e portare altrove.

La missione è una scelta quotidiana

Dopo tanti anni lontano dal palcoscenico, tornare con AVAMPOSTO ha significato rimettere in gioco una parte importante di me.

Non è soltanto una questione di teatro. È una questione di vocazione, di abnegazione, di quella componente ostinata che a volte può diventare ossessione e che, proprio per questo, ha bisogno di essere osservata e governata.

La passione, da sola, non basta. Deve trovare una forma, una disciplina, una direzione. Deve imparare a convivere con le necessità concrete, con i limiti, con le difficoltà economiche e organizzative, con il fatto che non tutte le persone coinvolte in un progetto abbiano gli stessi obiettivi o desiderino percorrere la stessa strada.

Ho imparato che non tutti devono necessariamente condividere la mia direzione. Posso desiderare che un’esperienza lasci qualcosa a chi l’ha vissuta, ma non posso decidere al posto degli altri che cosa debbano farne.

Posso, invece, scegliere il modo in cui lavoro, la qualità dell’attenzione che dedico a un progetto e la disponibilità a continuare a studiare.

Posso decidere di non trasformare una delusione in un’accusa, una differenza di vedute in una guerra o una difficoltà in una ragione per abbandonare ciò in cui credo. Questo non significa ignorare i problemi, rinunciare a difendere ciò che considero importante o accettare qualsiasi situazione. Significa provare a distinguere ciò che merita una risposta da ciò che rischia soltanto di sottrarmi energie.

Significa proteggere la propria direzione senza chiudersi al mondo.

Forse è questo l’equilibrio più difficile: vivere pienamente il presente e, nello stesso tempo, guardare lontano. Considerare ogni istante prezioso, quasi fosse l’ultimo, senza rinunciare a progettare, studiare e costruire come se davanti a noi ci fosse ancora molto da fare.

Ciò che possiamo lasciare

Non sappiamo quanto dureranno le nostre opere. Non possiamo prevedere quali persone le incontreranno, quali riconoscimenti arriveranno o quali strade prenderanno coloro che hanno condiviso un tratto di percorso con noi.

Possiamo però scegliere che cosa mettere nel mondo. Possiamo scegliere di studiare anziché presumere di sapere. Di collaborare anziché competere inutilmente. Di custodire ciò che ha valore senza impedire che si trasformi. Di riconoscere che il nostro lavoro acquista una dimensione più ampia quando diventa occasione di incontro, di esperienza e di crescita.

Una missione non consiste soltanto nel resistere a ciò che vorrebbe fermarci. Non può esaurirsi nella necessità di difendere qualcosa dalla demolizione. Consiste anche nel generare possibilità. Per questo continuo a credere nel teatro, nello studio e nel lavoro condiviso. Non perché garantiscano risultati, ma perché possono mettere in movimento idee, persone ed energie. Possono creare occasioni che prima non esistevano e lasciare tracce che non siamo in grado di misurare subito.

Forse non possiamo impedire ogni demolizione. Non possiamo convincere tutti, né possiamo costruire insieme a chi non desidera farlo. Possiamo continuare a imparare. Possiamo scegliere dove dirigere le nostre energie. Possiamo provare a consegnare a chi verrà dopo di noi qualcosa che abbia ancora la forza di generare curiosità e desiderio di ricerca. È ciò che vorrei continuare a fare attraverso il teatro.

Studiare per costruire. Costruire per condividere. Condividere per generare nuove possibilità.

Perché, alla fine, la domanda più importante non è soltanto che cosa sia stato demolito lungo il nostro cammino.

La domanda è: che cosa scegliamo ancora di costruire?

Realtà

AVAMPOSTO è realtà. Ha debuttato giovedì 22 ottobre. 🎭
È la manifestazione di una vocazione: quella di Salvatore Greco, che porta in scena la propria vita tra musica, parole e poesia.
La vocazione riguarda la profondità di tutti: centrare il progetto dell’anima, portare la poesia nella nostra vita. Quando un sistema non le permette di emergere, qualcosa si perde per tutti.
Uno spettacolo che cresce ogni giorno, sforzo sincero di dialogo con chi guarda, senza lezioni.
Oggi è la terza replica con pubblico pagante: un nuovo giorno per chi organizza, per chi sta sul palcoscenico e per chi ha scelto di essere a teatro. Perché lo spettacolo, nella sua vocazione, è sinonimo di incontro.
📍 Galleria Mendola, via Bronte 38, Catania
🗓 Oggi sabato 24 ore 20.30 · domani domenica 25 ore 18.30
🎟 https://share.google/5u6JnEfwZr4ledGMM
📷 Foto di Michele Bonfiglio

Debutto

AVAMPOSTO sulla stampa: l’articolo di Donatella Turillo su CoseNostreNews

Il 19 ottobre 2026 Donatella Turillo ha dedicato ad AVAMPOSTO un articolo su CoseNostreNews, dopo aver assistito alla prova aperta di domenica mattina. Racconta il percorso di un uomo che si ferma e affida ai fogli i suoi pensieri, dall’infanzia in istituto alla musica, fino alla famiglia e ai nipoti. Si sofferma sul disegno sonoro, sul pubblico coinvolto con letture condivise e momenti corali, e sui piccoli tocchi di poesia come il clown e i coriandoli. La sintesi è una testimonianza “intensa e autentica”.

📰 Leggi l’articolo completo su CoseNostreNews

Grazie a Donatella per l’attenzione e la delicatezza.

📍 Galleria Mendola, via Bronte 38, Catania

🗓 22-25 ottobre 2026: giovedì 22 e sabato 24 ore 20.30 · venerdì 23 e domenica 25 ore 18.30

🎟 ticket

📷 Foto di Donatella Turillo

Velocità

Sono in cucina, seduto a tavola. Davanti a me un bicchiere di caffè latte che era pieno e che adesso, mentre metto in bella il pensiero, non è ancora finito; e un piatto che, proprio mentre nasceva l’idea del tema di questo pensiero, vedeva al centro un pezzo di pizza di ieri sera e adesso è sporco. Fuori i rumori della strada: la città si sveglia ed è già in fermento. E’ bastata una telefonata per fermarmi, e il tema di stamattina è arrivato: la velocità.

Mi piace fermarmi a riflettere. Mi piace gustarmi le sensazioni. Mi piace evitare di essere veloce nel descrivere le cose: preferisco essere didascalico, perché dal didascalico scaturiscono nuove immagini. Così scrivo a pezzi, con delle pause, tra un sorso e l’altro.

La velocità è una descrizione frettolosa. È l’andamento dinamico per raggiungere un obiettivo nel minor tempo possibile. È la fretta di agire, di fare, di pensare.

La velocità è la supposizione, il giudizio affrettato che salta alla conclusione senza aspettare le prove. È sentirsi arrivato e non ricordarsi neanche come sei partito. È leggere un copione e tornare a casa dopo averlo rappresentato. È l’incontinenza, non riuscire ad arrivare in bagno e trovarti ad affrontarla o ridendo o urlando. È il cinema muto. È aver riscaldato la pizza e non trovare più niente sul piatto.

Ma la velocità è anche darti un bacio senza pensare. È un pensiero così potente che arriva dall’altra parte del mondo in un attimo. È quel sogno, quell’obiettivo che attraversa la preghiera e in un istante lo vedi già realizzato. È il quid creativo, come una luce che si accende in una stanza. È il time lapse, un metodo di ripresa che comprime le ore in pochi secondi. È l’acquazzone improvviso dell’altra sera. È quando non hai bisogno di andare veloce e vai veloce lo stesso.

La velocità è anche la parlantina.

A volte è impazienza. A volte è la pazienza che ti fa sembrare veloce un tempo infinito. A volte è la paura che ti assale.

L’ho già detto, ma la velocità a volte è il non pensare, catapultarsi in una descrizione. E così, volendo raccontare a me stesso della velocità, stamattina mi sono fermato a scrivere su una montagna chiamata velocità.

Aggiungo le corrispondenze.

  • Paul Virilio: la velocità come forza che plasma storia e politica e che cancella distanze e tempo di riflessione. Corrisponde alla supposizione, il giudizio che arriva prima delle prove.
  • Milan Kundera: la lentezza rafforza il ricordo, la velocità l’oblio. Corrisponde al sentirsi arrivato senza ricordare come si è partiti.
  • Hartmut Rosa: l’accelerazione ci fa guadagnare tempo e insieme ce lo fa sentire sempre più scarso. Corrisponde alla fretta di agire, di fare, di pensare.
  • Italo Calvino: la rapidità come virtù e la lentezza come altra faccia della stessa cura. Corrisponde al pezzo intero, veloce nei temi e lento nella scrittura.
  • Zenone e Bergson: Zenone mette in dubbio che il movimento si possa pensare, Bergson distingue il tempo vissuto dal tempo dell’orologio. Corrispondono alla pazienza che fa sembrare veloce un tempo infinito.

Il caffè latte si è quasi raffreddato, in strada sentiamo ogni tipo di correre, mentre mi godo l’idea che è già pubblicata e tu la leggi.

Spero che passi questo silenzio, perché sono un tipo rumoroso

Promessa

L’alba come allenamento
La grammatura di ogni sforzo diventa, giorno dopo giorno, sempre più preziosa.
Le parole che stamattina ho scritto sul mio diario cartaceo diventano l’ouverture di una magnificenza, perché sono sincere, reali, definite. Sono momenti di grande equilibrio e devozione: prima di tutto verso me stesso, verso ciò che ho dentro e verso tutto ciò che mi circonda, tutto ciò che è attivo nel rapporto con il mio essere.
L’alba è sempre un punto di inizio.
È il luogo della trasformazione.
È l’approdo di un nuovo approccio, la consacrazione di una determinazione che procede.
Le parole del mio diario potrebbero sembrare vuote se non le accoppiassi realmente a queste immagini ad una fede profonda.

Guardando questa alba, la gradazione della luce che cresce, tutto acquista un significato.
Perché mi sveglio anche quando sono nervoso, con la bocca impastata e la testa piena di pensieri. Eppure reagisco.
Mi alzo.
Faccio colazione.
Cerco una strada.
Anche quando l’impervia situazione non me ne mostra nessuna e sembra soltanto voler costruire un ostacolo davanti a me.
E quell’ostacolo io provo a trasformarlo.
Lo trasformo in magia.
Lo trasformo in una pozione magica per la mia rivoluzione.

Perché tutto questo o lo costruisci, oppure non lo puoi realizzare schioccando le dita.
È un allenamento continuo.
Un allenamento purtroppo costellato di stop, di muri, di fraintendimenti, di mancanza di denaro, di cose da pagare, di prescrizioni e questioni che arrivano dalla vita privata.

Forse l’artista è proprio questo: un groviglio ricchissimo di mille sfaccettature.
Da una parte la passione, l’intuizione, la creatività.
Dall’altra le problematiche, la solitudine, il reddito, la materia concreta dell’esistenza.

E allora tirare dritto, superare gli ostacoli, non significa soltanto creare il proprio spettacolo.
Significa trasformarlo in esperienza.
Significa renderlo fruibile, abitabile, attraversabile da un pubblico che, entrando in quello spazio, possa portarsi a casa qualcosa.

Avamposto dal 22 ottobre 2026: non soltanto è un progetto culturale è una rappresentazione teatrale. Una traccia. Una possibilità.
Una lungimirante poesia.

E forse è proprio questo che racconta l’alba: non che tutto sia già luminoso, ma che la luce sta arrivando, la bellezza, la chiarezza si manifestano, il copione diventa spettacolo come la vita.
E che io, nel frattempo, sono già in piedi.

Faro

Caro Faro
In ognuno di noi c’è un momento in cui non sai cosa pensare, o cosa fare, e ti si abbina un elemento che poi ti trascini nel tempo
A me è accaduto con il faro: una torre sulle scogliere della mia terra, con in cima una luce potente che dà segnale alle navi e illumina l’orizzonte.
Quarant’anni fa, davanti a casa mia, vicino a un faro importante della costa siciliana, discutevo con la mia prima moglie, da poco separati, per provare a tornare insieme. Non cambiò nulla, anzi si incasinò tutto. Da allora quell’immagine mi è sempre stata ostile: mi faceva tornare a quel momento.
Oggi, accendendo il computer, mi è comparso un faro sotto un cielo stellato, con due finestre, forse solo una macchinazione grafica. L’ho guardato a lungo e non era più un ostacolo.
Adesso posso conviverci come in una stessa casa.
Quella luce mi ricorda l’illuminazione che ho costruito e che continuo a sostenere con la preghiera.
Perché ci meritiamo di essere illuminati.

Funziona

L’amarezza è una fuga.
Sembra una cosa e invece è altro,
come il sale che resta in bocca.
Mettere in campo il giudizio
è precario, perché povero.
L’amarezza lo sa:
vuole che della verità tu faccia giudizio,
così non devi guardare.
Estraniarsi dai vizi,
dalle ripetizioni inutili.
Io aspetto che passi.
Una povera scusa è sempre dell’altro.

Stasera

Stasera in televisione ho risentito Le tue parole fanno male. Mi è bastato l’attacco per tornare nel 2010, in macchina, la mattina, con il doppio album di Fiorella Mannoia appena comprato e una fatica enorme addosso. Mi ero appena separato. Ero afflitto, disperato, impotente. Quella canzone, nella versione live, con quell’inizio potente e sentito, mi teneva in piedi fino al lavoro.

Sono passati sedici anni. Le frustrazioni, le offese, gli insulti, gli sputi: li ho attraversati tutti. Ho resistito perché non mi sono mai accontentato.

Oggi, tra pochi giorni, vado in scena con un mio spettacolo. Un altro è in replica, altri due sono in preparazione. Questa è la mia rivoluzione concreta, e la racconto con meraviglia, non con rancore, perché sento la mia forza e la mia necessità.

Alla mia ex moglie auguro, davvero, di fare una rivoluzione sua. Che smetta di ostacolare e di evitare il dialogo, perché è una fatica che non dà frutti. L’amarezza per ciò che non si è riusciti a fare, l’aggrapparsi agli altri per sopravvivere: è un’altra strada, non la mia.

Le parole fanno male, sì. Ma più delle parole fanno male i pensieri e la rabbia. Seminata in un terreno di volontà, di poesia, di determinazione, però, la rabbia cambia natura: il veleno diventa funzione, medicina, bellezza.

Siamo specchi, e specchi così potenti da irradiare luce anche dopo molto tempo. Questa canzone, ascoltata oggi, mi restituisce l’uomo del 2010 e mi mostra la strada fatta. Chi si specchia nel tempo si ritrova potente, perché la prima immagine lo era già, anche quando non lo sapeva. Poi le immagini si sommano, una sull’altra, e diventano tutte potenti.

La bellezza non tradisce mai. Ci mette tempo a crescere e a dare i suoi frutti, ma arriva.

Ed eccomi qua. A dispetto del dispetto

Joe Tex

Eleganza, groove e fantasia: una cassetta che attraversa il tempo Con la sua diciottesima compilation, C60 conferma una vocazione precisa: non costruire semplicemente playlist, ma creare percorsi d’ascolto. Percorsi nei quali generi, epoche e sensibilità diverse possono incontrarsi senza perdere la propria identità.

Questa nuova C60 parte con “Happy Music” dei The Blackbyrds, e già il titolo sembra dichiarare l’intenzione dell’intero viaggio: energia, movimento e leggerezza. Da qui il percorso prende progressivamente corpo, attraversando funk, soul, disco e pop con una naturalezza sorprendente. Al Hudson & The Partners, con You Can Do It, prepara il terreno a una dimensione più esplicitamente dance, mentre Earth, Wind & Fire con Sing a Song introduce quella combinazione di classe, ritmo e positività che appartiene ai grandi momenti della black music. Poi arriva Joe Tex con “I Gotcha”: un cambio di temperatura immediato, fisico, ironico, trascinante. E Joe Tex torna più avanti con Ain’t Gonna Bump No More (With No Big Fat Woman), creando quasi un filo narrativo interno alla compilation. Il viaggio continua con Tina Charles, Stevie Wonder, Adriano Celentano, Indeep, KC and the Sunshine Band e Sister Sledge.

Sono artisti e linguaggi differenti, ma nella logica di C60 non esistono barriere rigide: ciò che conta è la capacità di un brano di dialogare con quello precedente e con quello successivo. Particolarmente affascinante è la presenza di “Prisencolinensinainciusol” di Adriano Celentano. È una scelta che rompe qualsiasi previsione e proprio per questo rende la sequenza più personale. In una compilation costruita sull’eleganza trasversale, l’imprevedibilità diventa parte dello stile.

E poi Stevie Wonder: Sir Duke e Isn’t She Lovely. Due momenti luminosi, musicalmente raffinatissimi, che portano nella selezione quella dimensione di bellezza melodica che impedisce al groove di diventare soltanto ritmo.

Con Indeep – “Last Night a DJ Saved My Life”, la C60 entra nel cuore della cultura dance: il DJ diventa protagonista e la musica torna a essere esperienza collettiva, notte, pista, memoria.

“Keep It Coming Love” dei KC and the Sunshine Band e “He’s the Greatest Dancer” delle Sister Sledge consolidano la componente disco, mentre Dimples D – “Sucker DJ” aggiunge un’altra prospettiva sul rapporto tra musica, DJ e cultura urbana.

A chiudere il percorso arriva James Brown – “Feel Good [The Reflex Revision]”. Una scelta perfetta per lasciare la porta aperta anziché chiudere definitivamente il viaggio: il funk viene ripreso, trasformato e proiettato in un linguaggio più contemporaneo. Ed è forse proprio questo il tratto distintivo della C60 #18: il passato non viene trattato come un museo. Viene rimesso in circolo.

La compilation attraversa decenni senza cercare di dimostrare nulla. Non segue una moda, non appartiene a un solo genere e non sembra interessata a rispettare confini prestabiliti. La sua identità nasce dalla sequenza, dalla scelta dei brani e soprattutto dalla capacità di creare un’atmosfera.

C60 è una dichiarazione d’amore per l’ascolto. Una cassetta immaginaria per chi ama ancora lasciarsi sorprendere da una canzone, per chi considera la musica una forma di viaggio e per chi trova nel DJ set non soltanto intrattenimento, ma una possibilità di esplorare emozioni, ricordi, immagini e stati d’animo.

La Compilation #18 è quindi una nuova tappa di questo percorso: elegante ma non rigida, nostalgica ma non rivolta esclusivamente al passato, sofisticata ma capace di mantenere una forte componente popolare.

Una C60 da mettere in movimento, senza fretta.
Play. Press rewind. Play again.
Perché il viaggio, quando la selezione è quella giusta, non finisce con l’ultima traccia.

Al

Tanto tempo fa, ai primi anni di carriera, ho imparato una cosa da animatore. Davanti a un gruppo da intrattenere, la tentazione era partire in grande: “Signori, buonasera a tutti, eccoci qua, adesso facciamo una cosa bellissima, mettiamo tutta la nostra energia, siete pronti? Siete d’accordo? Alzi la mano chi…”. Il mio maestro faceva diversamente. Guardava le persone e diceva: “Signori, si gioca.“

Quella lunga preparazione, mi accorgo oggi, era un modo di chiedere permesso. Si spiega, si convince, si scalda il pubblico perché non ci si fida che basti l’azione. Il maestro si fidava. Diceva la cosa e la cosa accadeva, e le persone, che aspettavano solo quello, entravano nel gioco.Oggi ho ritrovato la stessa lezione in un altro posto. Al, dopo aver letto del mio spettacolo, si è svegliato nei miei confronti e mi ha scritto una poesia che parte da un “E ora?” detto fin dalla nascita. Avrei potuto rispondere con un ringraziamento, un commento, una spiegazione. Gli ho dato una riga sola: la successione delle idee è la successione del tempo. No un consiglio e senza che chiude niente. Gli indica che l'”ora” che cerca è il punto in cui le idee si succedono. Puntare all’essenza non significa dire poco. Significa togliere tutto ciò che sta tra me e l’altro, e fidarmi che l’altro sia già lì.